Uncovered - Italia

ALANIS MORISSETTE. SIAMO ANCORA CAPACI DI COMUNICARE CIÒ CHE PROVIAMO?

Giovanni M.A. Season 1 Episode 8

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Alanis Morissette è sempre stata una cantautrice che musicalmente ha giocato sempre a carte scoperte sia nel suo dolore sia nei momenti di gratitudine alla vita.

Un' eredità che raccogliamo che non è solo musicale, ma che traccia un solco anche a livello sociale.

Al giorno d'oggi, l'essere umano non mai hai avuto così tanti mezzi per comunicare. ma sembra che non ne sia più capace.

Bravi comunicatori nel comunicare niente.

Dove si crea il cortocircuito?

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Alanis Morisset nasce il 1 giugno 1974 in Canada. È una cantautrice, musicista e attrice canadese americana, considerata una delle voci più influenti del rock alternativo degli anni 90. Inizialà la carriera giovanissima in Canada pubblicando due album Pop Dance, Analys nel 1991, e Now is the Time n'anno successivo, con un discreto successo locale ma senza riuscire a sfondare a livello internazionale. La svolta arriva nel 1995 con la pubblicazione di Jack Little Pill, prodotta da Glen Ballard. Una splusione nettamente globale. L'album vende oltre 33 milioni di copie nel mondo e contiene brani iconici come Yoda Know, Ironic e End in My Pocket. Nel 1996 vincerà poi 4 Grammy Awards, tra cui Album nell'anno. Negli anni successivi continua a pubblicare album di successo come Supposed Former Infatuation Junkie nel 1998, Underwrap Sweat nel 2002, So Cold Chaos nel 2004, Flavors of Entaglement nel 2008 e Such Pretty Forks in the Road nel 2020. Il suo stile mescola rock, pop, testi profondi e introspettivi. Nel corso degli anni ha parlato apertamente di salute mentale, disturbi alimentari e spiritualità, diventando una sorta di punto di riferimento per molte persone. Ha anche recitato in alcune serie televisive, tra cui Nipentac e Wits e anche Sex and City. Il suo lascito culturale è davvero enorme: Jack Lidel Pill è diventato persino un musical di Broadway nel 2018, testimonianza proprio dell'impatto duraturo della sua musica. Alanis Morissett è oggi considerata una pioniera del rock femminile degli anni 90, assieme ad artiste come Tory Amos e MPJ Harvey. Ma il suo lascito più grande non si misura in numeri, si misura nella capacità di aver detto ad alta voce ciò che molte persone sentivano, ma non riuscivano ad esprimere senza mai risparmiarsi. E noi siamo ancora capaci di esprimere quello che proviamo. Ciao sono Giovanni e questo è Uncovered, un podcast autoprodotto e indipendente che parla di musica di quello che c'è dietro e soprattutto di ciò che non ti aspetti. Alanis Morissette è molto di più di un'icona del rock anni 90. È una donna che ha trasformato ogni ferita in canzone, ogni caduta in testimonianza, ogni rinascita è un messaggio universale. La sua storia, fatta di battaglie personali e di un'arte profondamente autobiografica, la rende una delle artiste più sincere e coraggiose del panorama musicale internazionale. Fin dagli esordi, Alanis ha scelto di non nascondersi. I suoi testi non sono mai stati esercizi di stile o concessione al mercato, ma confessioni autentiche, frammenti di un diario interrore messo in musica. Ha cantato l'amore e il tradimento, la rabbia e la gratitudine, la fragilità e la forza, senza mai cercare la perfezione a scapito della verità. E questa onestà disarmante l'ha resa una voce generazionale, capace di parlare al cuore di milioni di persone in tutto il mondo. Ogni album di Alanis racconta un capitolo diverso della sua vita. Io Adno, forse la canzone che l'ha rivelata al mondo a un grido di rabbia e dolore dopo la fine di una relazione, uno sfogo potente, senza filtri, che ha rotto le convinzioni di ciò che una donna poteva o doveva dire in una canzone. Ironic riflette invece sulla solidità della vita, su quei momenti in cui il destino sembra prendersi gioco di noi con una crudeltà quasi comica. Ender Pocket è un indolo alla resilienza quotidiana. Non importa quante contraddizioni si portino dentro, l'importante è andare avanti con le mani in tasca e il cuore aperto. Con Perfect denuncia la pressione soffocante della perfezione imposta dagli altri mentre The Dai Will Be Good esplora la paura di non essere abbastanza e la necessità di accettarsi anche nei momenti più bui. Thank you, dopo che è arrivato questo viaggio trasformativo in India, è una dichiarazione di gratitudine verso la vita stessa, verso il dolore, la disillusione e la crescita che ne consegue. E poi arriva Anne Sclin, una delle sue canzoni più coraggiose in cui racconta da due prospettive una relazione squilibrata tra una giovane ragazza e un uomo più potente, toccando temi di manipolazione e responsabilità che ancora oggi risuonano davvero con forza. Oltre alla musica, Alanis ha scelto di condividere pubblicamente anche delle sue esperienze più dolorose, diventando davvero una voce importante anche al di fuori del palcoscenico. Dopo la nascita di ciascuno dei suoi tre figli, Ever nel 2010, Onyx nel 2016 e Winter nel 2019, ha affrontato una grave forma di depressione postpartum che ha descritto come il mostro dei mille tentacoli. Una condizione debilitante, fatta di insonnia estrema, spostatezza profonda e un disperato bisogno di solitudine che la spingeva ad alzarsi nel cuore della notte alla ricerca di un momento solo suo. Con la nascita del secondo figlio, la malattia si è ripresentata, ma Lamis ha dichiarato di sentirsi questa volta più preparata ad affrontarla ricorrendo ad un approccio integrato: supporto ormonale, integrazione vitaminica e medicina allopatica. La sua esperienza personale l'ha trasformata in una sostenitrice attiva della salute mentale materna, portandola a collaborare con associazioni dedicate al supporto delle neomamme che vivono un po' le stesse difficoltà e che soprattutto non vengono mai espresse. Ma la depressione postpartum non è stata l'unica battaglia che L'Anis ha scelto di rendere pubblica. Nel corso degli anni ha parlato anche della sua lotta contro la bulimia, affrontata attraverso la meditazione e un lungo percorso di consapevolezza interiore. Queste rivelazioni, lungi dall'essere semplici e compressioni, sono diventate poi strumenti di connessione con il pubblico e di sensibilizzazione verso temi ancora troppo spesso taciuti. In soldoni, quello che è un po' l'eredità che ci lascia la cantante canadese e che si può essere allo stesso tempo forti e fragili, arrabbiati e grati, persi e speranzosi. Che la vita fa male e che da quel dolore può nascere qualcosa di davvero straordinario e bello. E noi siamo ancora capaci di esprimere ciò che vogliamo? Viviamo nell'epoca della comunicazione totale, mai nella storia un essere umano ha avuto così tanti strumenti per farsi sentire: piattaforme social, podcast, newsletter, video in diretta, storie che scompaiono, thread infiniti. Il flusso è ininterrotto, globale, accessibile a chiunque abbia uno smartphone. Eppure qualcosa non torna. La quantità di parole prodotte ogni giorno è inversamente proporzionale alla loro profondità. La moltiplicazione dei canali non ha generato una moltiplicazione dell'espressione autentica, ma bensì una sua sofisticata simulazione. Siamo diventati bravissimi a sembrare persone che comunicano senza comunicare quasi niente. Quando si produce un contenuto per un pubblico, il centro di gravità si sposta dall'interno all'esterno. La domanda originaria cosa voglio dire? viene sostituita da una catena di domande secondarie. Come sembrerà, quante persone lo vedranno? È abbastanza originale da distinguersi, abbastanza breve da non annoiare. Questo meccanismo trasforma l'espressione in un calcolo e i calcoli ottimizzano, non cercano la verità, cercano il risultato. Il risultato, in questo contesto, è l'engagement, una parola che non a caso non ha una traduzione precisa in italiano, come se la lingua avesse restituito a qualcosa che fa fatica a stare insieme alle parole che conosciamo. I format brevi impongono strutture narrative compresse e prevedibili. Le parole che funzionano meglio sono quelle già note, già collaudate, già cariche di risonanza collettiva, le formule, insomma, non ho parole, sono distrutto. Che dire? Queste espressioni circolano in quantità industriali applicate a esperienze radicalmente diverse, suotandosi progressivamente di significato. Il risultato paradossale è che disponiamo di un vocabolario emotivo sempre più ristretto, proprio nel momento in cui abbiamo più occasioni di utilizzarlo. E poiché il linguaggio non è solo lo strumento dell'espressione ma anche del pensiero, se le parole si appiattiscono, si appiattisce anche la nostra capacità di comprendere ciò che proviamo. L'espressione autentica ha sempre richiesto una condizione imprescindibile, il vuoto. Quello spazio interno in cui l'esperienza sedimenta, si ordina, acquista forma prima di diventare parola. Oggi quel vuoto viene sistematicamente riempito, ogni momento libero è colonizzato da contenuti, non c'è più lo spazio in cui il pensiero, non ancora formulato, può diventare pensiero. L'esperienza rimane grezza, non elaborata, incapace di trasformarsi in parola. L'esperienza che viene immediatamente condivisa non viene elaborata. Nel momento in cui scattiamo la foto, scriviamo la caption e aspettiamo le reazioni, stiamo spostando l'attenzione dall'esperienza alla sua rappresentazione e la rappresentazione tende a sostituire l'esperienza stessa nella memoria. L'espressione autentica non nasce dall'esperienza in sé, ma dalla sua elaborazione, da quel processo interiore in cui l'accaduto viene ripensato, sentito di nuovo, compreso a un livello più profondo. Se l'esperienza viene esternalizzata subito, non c'è niente da elaborare, e se non c'è niente da elaborare, non c'è niente da dire. Esprimersi autenticamente significa accettare di essere fraintesi. Significa rinunciare al controllo sull'immagine che gli altri avranno di noi, significa produrre qualcosa che porta il segno inequivocabile della nostra singolarità con tutti i suoi limiti. Il contesto attuale non allena questo tipo di coraggio, lo scoraggia attivamente. I meccanismi di feedback immediato creano un sistema di rinforzo che preva ciò che è già noto e penalizza ciò che è inaspettato. Esprimersi davvero, dire qualcosa che non si è già detto in un modo che non è già stato fatto è strutturalmente svantaggioso. Ciò che manca non è un altro canale, è la pazienza di aspettare che l'esperienza si trasformi in pensiero prima di trasformarla in post. È la tolleranza all'imperfezione che rende possibile una voce propria, è il coraggio di essere fraintesi. Recuperare la capacità espressiva significa recuperare il tempo e lo spazio interiore che la precedono. Significa scegliere a volte il silenzio sulla produzione, non come rinuncia, ma come preparazione. Perché le parole che contano non sono quelle che si dicono più in fretta, sono quelle per cui si è aspettato abbastanza. C'è una sorta di cortocircuito culturale, dal lato i social spingono a mostrare tutto, ma in forma patinata e performativa si condividono emozioni costruite d'arte per tenere consenso non per essere capiti. Dall'altro, nella vita reale, nelle conversazioni faccia a faccia, nelle relazioni intime, si parla sempre meno in profondità. Si preferisce un meme a una conversazione difficile, un vocale di 30 secondi a una telefonata vera. Poi c'è il problema del linguaggio emotivo: molte persone, soprattutto di sesso maschile, crescono senza che venga insegnato loro un vocabolario per descrivere ciò che sentono dentro. Si sa dire sto bene o sto male, ma non si riesce a distinguere tra tristezza, delusione, malinconia, solitudine o paura. Eppure l'essere umano trova sempre un modo per comunicare, lo si vede nella musica e artiste come Alanis Moris e te ne sono una prova, nella scrittura, nell'arte, nello sport, persino nel silenzio condiviso con qualcuno di cui ci si fida. Molte persone oggi cercano attivamente la terapia, gruppi di supporto, le comunità online genuine. C'è una generazione più giovane che, rispetto alle precedenti, parla di salute mentale con una naturalezza impensabile fino a poco tempo fa. La domanda sì, può essere se siamo ancora capaci di comunicare quello che proviamo, ma anche il fatto di avere ancora qualcuno disposto ad ascoltare davvero. Perché spesso le emozioni ci sono, il coraggio di dirle anche, ma manca quello spazio in cui ci si sente sicuri di farlo e soprattutto quello spazio in cui non dobbiamo essere performanti. Questa puntata di Uncover è arrivata al termine. Grazie come sempre di aver condiviso una parte della vostra giornata insieme. 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